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Omelia della Notte di Pasqua

La notte di Pasqua è la notte dei cristiani. Nella tradizione della nostra fede non ha forse il calore, la partecipazione della notte di Natale, ma certo dal punto di vita teologico, dal cuore della fede cristiana, questa è la notte dei cristiani.

Lo ascolteremo nei prossimi giorni nell’epistola l’apostolo Paolo che ci dice che “se Cristo non fosse risorto, tutta la nostra fede sarebbe vana”. È questo fatto storico, sconvolgente, che ha davvero consacrato Gesù come Figlio di Dio.

E in questi duemila anni di liturgia cristiana non si trovano segni che possano far capire la grandezza di quello che accade. Il buio, la luce, il segno del cero pasquale, l’acqua che fa poco benediremo come segno del battesimo, una vita che si riaccende, una luce che si riaccende nella notte totale. Un significato particolare ha questa Pasqua delle chiese vuote, no, delle chiese nelle famiglie, nelle case.

Questa nostra assemblea delle nostre comunità parrocchiali è disseminata nelle case di ciascuno, in questa notte santa nella quale noi annunciamo la resurrezione di Gesù. Vogliamo davvero vivere questo tempo difficile con una invincibile speranza che ci fa capire davvero che andrà tutto bene perché il Signore è con noi e ci aiuterà ad affrontare questo momento, come ci aiuta sempre nei momenti anche più difficili della nostra vita personale.

Abbiano ascoltato la parola dell’Antico Testamento, la creazione, il progetto di Dio, la fede di Abramo, il passaggio del Mar Rosso: quante volte Dio anche nella nostra vita ci ha dato segno della sua presenza. Quante volte lo abbiamo dimenticato. Eccoci allora a vivere la certezza che la vita è più forte della morte, che l’amore è più forte dell’odio. E in questo stupendo Vangelo della mattina di Pasqua, lo sconvolgimento, la tomba vuota, Gesù che si fa riconoscere nel dire “pace a voi”, nel chiamare per nome, ci vengono affidati due impegni.

Il primo: ci sono ancora troppe tombe che non si aprono, c’è ancora troppa umanità schiacciata nella tomba delle ingiustizie, della solitudine, dell’abbandono; ci sono troppe persone, anche vicino a noi forse, che urlano, piangono e nessuno se ne accorge. Ci sono ancora tante tombe da aprire! E Gesù ci dà la forza perché ogni tomba che chiude noi nei nostri peccati e i nostri fratelli nel dolore possa essere aperta. Non abbiamo più scuse! Non possiamo dire “non ce la possiamo fare”. Il primo impegno: cercare le tombe da aprire.

E il secondo è più personale, a noi Gesù ci lascia un messaggio: “andate in Galilea e là mi troverete”. Gesù ci dà degli appuntamenti, non ci appare in modo strabiliante, da sconvolgerci, non c’è bisogno per noi cristiani che accadano queste cose. Ci dice di andare nella nostra Galilea. E dove lo possiamo incontrare? Magari in quella persona che aspetta da noi un gesto, una attenzione; magari lo possiamo incontrare nella nostra capacità di denunciare le ingiustizie, di condannare le ingiustizie. Magari lo possiamo incontrare quando ci priviamo di qualcosa di nostro per darlo a qualcuno che ha bisogno.

Ci sono tante Galilee dove Gesù si può incontrare. Cerchiamolo, cerchiamolo. Lui non si nasconde, lui vuole solo che noi lo cerchiamo. Fa come una mamma quando si nasconde per finta ai propri bambini perché vuole gioire quando la cercano: “mamma dove sei?”. Ecco, Gesù vuole così. “Dove sei, Gesù?”, e Lui si fa subito trovare.

Ma noi cerchiamolo, cechiamolo tutti i giorni. Ogni volta che lo incontriamo ci darà quella forza che ci permette di vivere una bella vita secondo il Vangelo e ci permette quella forza di trovare e scoprire le tombe che ancora sono da aprire. E allora la Pasqua sarà davvero una festa bella per noi, perché ci riempie di gioia, e per qualche fratello più sfortunato, perché attraverso di noi si riaccenda una speranza.